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domenica 4 agosto 2013

CONDOM ALLA FRAGOLA (di G. Gatto)


La partita era appena terminata. Meno male. Avevamo perso per l’ennesima volta in modo indecoroso. Nove a cinque mi pare, squadra di scoppiati. Una doccia veloce ed eravamo già seduti a tavola. Io saltavo le operazioni di lavaggio, giocavo in porta e non ero nemmeno sudato! Sarebbe stato un inutile spreco di sapone e acqua calda. E poi spogliarsi, prendere freddo…
Il centro sociale dove giocavamo aveva anche una trattoria casereccia aperta fino a tardi, a prezzi popolari.
Dovevamo immediatamente reintegrare quelle poche decine di calorie bruciate indegnamente sul campo di calcetto. Qualcuno veniva a giocare più per la mangiata ed il successivo bivacco che non per la partita in sé. Io ero fra questi. Fra una birra, una canna ed una trenetta al pesto, fatta come si deve con patate e fagiolini regolamentari, il discorso scivolò sul sesso.
Io mi sentivo un perfetto imbecille.
Tutti avevano da raccontare qualche avventura piccante. Tutti tranne me. Possibile sono l’unico, pensai, che a quasi trent’anni suonati invece di trombare come un opossum continuo a tirarmi le pippe? Certo sono passato dalla biancheria intima del Postal Market ai video su internet ma è pur sempre un farsi il solletico da solo!
Che poi nei filmetti porno ci sono quei cosi enormi a lunga durata che mi mandano anche parecchio in depressione!
Avevo Piero al mio fianco, difensore granitico con i polpacci da lottatore e lo coinvolsi nei miei turbamenti.
“Mario, io le ragazze le conosco in chat!”
“In chat?”
“Ma si, sul web ci sono una marea di siti di incontri, amicizie, poi da cosa nasce cosa...”
Ne annotai un paio scrupolosamente. Era un mondo a me del tutto sconosciuto.
Piero mi suggerì quelli che andavano dritti al sodo e mi mise in guardia da quelli perditempo. Una preziosa miniera di informazioni.
Passai il sabato al computer con mia mamma che faceva capolino con i suoi “Mario ma che fai? Non esci?”.
Eh, ... lo so io che faccio. Lo so io...
Un paio d'ore per capire come funzionava il tutto. Poi compilai il mio profilo con un robusto maquillage. Aumentai l’altezza, diminuii la taglia dei pantaloni, eliminai trenta chili. Infoltii notevolmente i capelli e scoprii anche una serie di qualità caratteriali di cui, fino a quel momento, non avevo preso una piena consapevolezza.
Ero diventato uno strafigo. Bello, simpatico e solare!
Un cazzo. In realtà sono bruttarello, stempiato e grasso. Persino la mia pelle è unta come un panetto di burro! E quando mi girano le palle so essere una persona davvero insopportabile.
Inserii una foto in cui più che vedere si intuiva qualcosa, la faccia era seminascosta da un boccale di birra, scattata dal basso, si intravedeva un bel fisico, braccia forti, bei lineamenti, muscoli delineati sotto la maglietta bianca aderente.
Ovviamente non appartenevano al sottoscritto: né la maglietta, né i muscoli d'acciao, né la foto.
Era quella di un mio amico bellocomeilsole fatta ad una festa.
In guerra e in amore tutto è permesso.
Piero era stato molto chiaro:
"Senza foto non ti si fila nessuno!"
La caccia era cominciata. Dopo poche ore avevo già una tettona che voleva conoscermi. Soprattutto voleva presentarmi le sue enormi bocce. I suoi colleghi la chiamavano “Ferillona” per via di una certa somiglianza con l’attrice. Un nome, un programma. La sua foto era un primissimo piano con un décolleté da panico. Sudori freddi.
Viveva a Bologna. Mi diede il suo cellulare. La chiamai.
“Ciao, sono Mario. Flavia?”
“Mo ciao, scì, sciòno io”
“sai scusami, è la prima volta che faccio amicizie in chat, non sono molto pratico...”
“mo dai sèmo non ti preoccupare, mo lo sciài che z’hai una bella voze?”
Effettivamente, almeno quella. Ho una voce calda, bassa, radiofonica.
“Dai mò, mi vieni a trovare?”
Aveva anche lei una voce bellissima e quell’accento emiliano mi faceva impazzire. A me le esse trascinate e scivolose mi hanno sempre fatto ribollire il sangue. Sprizzava sensualità da tutti i pori. Le antenne della mia eccitazione erano già tutte tese e in allarme.
Inclusa l’antenna principale.
“Certo che ti vengo a trovare. Anche domani!”
“Mo scì dai, ti aspetto, per che ora arrivi?”
“… nel primo pomeriggio, va bene?”
“Va benissimo! Z’hai presente piazza Maggiore?”
“Si, certo”
“Ecco da lì prendi via degli Orefici, più avanti c’è un bar. Ti aspetto lì per le tre”
“non vedo l’ora di conoscerti. A domani”
“a domani, ciao”.
La scelta dell’orario non era stata casuale. In treno avrei impiegato circa tre ore ad arrivare a Bologna, non avevo nessuna intenzione di fare una levataccia ed avevo anche bisogno di qualche ora per un minimo di restauro e manutenzione. Doccia, barba, rifiniture.
Ma agitazione e ansia erano a mille. Mi svegliai presto e mi avviai con un anticipo mostruoso. In treno, dopo dieci minuti che ero partito, già russavo come un trattore. Nei pochi momenti di dormiveglia avevo immaginato l’incontro, l’imbarazzo, l’alberghetto dove portarla o chissà forse mi avrebbe portato a casa sua... Mi veniva la pelle d’oca.
Nello zaino avevo preparato il kit del mandrillo: confezione da sei di profilattici stimolanti aromatizzati alla fragola, olio per massaggi all’arnica, mentine extra-strong per l’alito dell’uomo chenondevechiederemai.
Ero pronto.
Alle 12.30 ero già alla stazione centrale.
Faceva un freddo bestiale. Passai lungo il primo binario davanti al buco-con-vetrata che hanno lasciato dopo la bomba. Ogni volta che lo vedo mi parte un brivido lungo la schiena. Bastardi.
Adoro questa città. Spesso ho pensato che mi piacerebbe viverci. Se non fosse per il freddo...
Mi sento decisamente più a mio agio con il clima di mare.
Notai subito un sacco di belle donne: se i luoghi comuni son diventati tali ci sarà bene un motivo. Le bolognesi sono belle. Non c’è niente da fare: è un assioma!
C’è pieno di gnocca. E poi in giro c’è bella gente, in generale.
Ciao Bologna! Godereccia. Simpatica. Accogliente come poche. Ti strega, ti affascina, ti abbraccia e non ti lascia andar via. Quando riparti ti manca. Subito.
Ma io ero appena arrivato. E continuavo ad immaginare cosa avrei fatto, cosa avrei detto, le sue labbra, i suoi baci, la sua pelle. Mi avviai a piedi verso il centro e passeggiando sotto i portici di via Indipendenza sbucai in un dedalo di viuzze e portici intorno alle due torri, piazza della Mercanzia, piazza Santo Stefano, piazza Maggiore. Ragazzi con la bici, mamme con i passeggini, turisti, vecchiette affaccendate a fare la spesa.
Sono molto contento di essere qui.
Al liceo si partiva tutti gli anni per il Motorshow. Ed era una festa. Qualche anno più tardi si veniva a trovare gli amici all’università. Daniel, un ragazzo eritreo magrissimo con due grandi occhi neri ci aveva introdotto alla vita notturna. Un locale proprio sotto le due torri dove si ballavano i primi esperimenti di drum‘n’bass. Potentissima, tutta bassi e subwoofer, luci quasi assenti, fiumi di cocktails e sudore. E bella gente. Poi una discoteca più in periferia. Un grande capannone che si muoveva a ritmi di house assordante. La mattina presto i posti giusti, dai furnér, dove fare colazione con il pane e le brioche ancora caldi.
Amo Bologna, è un po’ il crocevia nord-sud di questo vecchio stivale. Per la simpatia della gente, la disponibilità, la voglia di ridere, di fare amicizia, di stare assieme, è una città del sud. Viene in mente Napoli. Però le cose funzionano, non c'è la spazzatura per la strada, si respira civiltà, vitalità, c’è benessere e qualità della vita. La tocchi con mano. E’ questo è da città del nord. La più meridionale delle città del settentrione. Non solo in senso geografico. Nel sorriso delle persone. Cultura e rapporti umani.
Passai davanti una trattoria, mancavano ancora più di due ore all’appuntamento. Gli odori delle osterie e dei negozi di alimentari mi avevano aperto lo stomaco. Mi tuffai dentro e ordinai del prosciutto crudo, quello serio che si scioglie in bocca, una bottiglia di Sangiovese ed un piatto di tortellini in brodo. Arrivarono fumanti (che profumo!), una leggera spolverata di parmigiano e via. Celestiali. Meravigliosi. Piccoli, al dente ed affogati in un brodo saporito. Dopo i primi tre cucchiai avevo quasi dimenticato il motivo per cui ero lì. Ne ordinai un altro piatto. Dopo il caffé supplicai la cuoca e la convinsi a vendermene un chilo abbondante. Era un’allegra signora con due guance piene ed un sorriso da mamma. Li aveva fatti con le sue manine. Avevo la seria intenzione di non mangiare altro almeno per i prossimi tre giorni.
Oddio sono quasi le tre!
Misi i preziosi gioielli nello zaino, provvidenziale, e tornai verso piazza Maggiore.
Arrivai al bar che mi aveva indicato Flavia. Mi guardai intorno ma non la vidi. Ahi. Speriamo bene. Se mi dà buca sai che fregatura! Ordinai un altro caffé. Mi guardavo intorno come una spia russa in un locale di Manhattan.
Eccola, stava arrivando. No! Non può essere lei! Però il viso... Si è proprio lei. Non c’è dubbio. Con quei parabordi!
Si è seduta ai tavolini fuori.
Esco come niente fosse, giro l’angolo, mi appoggio con la schiena al muro, le mani in tasca per il freddo e alzo gli occhi al cielo.
- Coglione!!! -
Una balena! Era arrivata con la ciccia che tremolava tutta gelatinosa. Un enorme budino che tracimava dalla poltroncina di metallo da tutte le parti! Era un miracolo che la sedia non si fosse ancora disintegrata!
Cretino. Eh già, questa voleva fare sesso proprio con me. Se non era un rimorchiatore sai quanti ne trovava senza bisogno di pescarli nella rete. La foto era un primo piano e di viso era carina. Con il décolleté in bella e rigogliosa mostra. Il mio cervello si era spento ed avevo visto solo i suoi occhi con quelle ciglia lunghe e folte. E le sue grandi e accoglienti tette of course. Taglia quarantasei! Si, ma per gamba! Aveva buttato l’amo ed aveva pescato me. L’imbecille di turno.
Beh! Ed io allora? Che le avevo mandato la foto di Alessio! Le sono passato a dieci centimetri, del tutto trasparente ai suoi occhi. Non poteva riconoscere uno che non aveva mai visto! Ma cosa mi ero messo in testa!? Cosa le avrei raccontato? Facevo come Giuseppe e Amedeo con Carmela a Bumbungà!? L’amico mio stava male ed aveva mandato me?!?
Mi scoppiò un sorriso.
Ripresi la mia passeggiata. Sarei andato a zonzo per Bologna fino a sera. Il treno per Livorno poteva aspettare.
In fondo l’incontro di sesso c’era stato comunque.
Con i tortellini in brodo.
di Giuseppe Gatto

mercoledì 31 luglio 2013

DI NOBILI CAVALIERI, DESTRIERI E ARMATURE (di Giuseppe Gatto)

Gli annunci su PortaPortese, le telefonate, i giri per la Brianza e ora finalmente era lì, bella, lucida, carenata e con i colori dell’HRC: il rosso, il bianco e il blu delle Honda ufficiali da gara. La mia prima vera moto: una Honda VF500FII del 1986, usatissima e splendida, almeno ai miei occhi. Per la verità scoprii solo dopo che era anche stata seriamente incidentata e rimessa a posto alla bell’e meglio, alle alte velocità tendeva a tirare un po’ a destra, chiaro come la neve che mi avevano rifilato un’inculata. “Un’esperienza” avrebbe detto mio nonno “L’esperienza è una serie interminabile di inculate. E le devi prendere tu, direttamente, capisci? Quando te lo raccontano gli altri, ti danno i consigli, non li ascolti, non ci credi per davvero. Invece quando lo prendi in culo tu, di persona, poi vedi come te lo ricordi!”. Uomo saggio mio nonno. Ogni volta che parlava erano pietre. Come quando si discuteva di cosa fosse bello e cosa no e lui diceva: “Non tutti hanno gli stessi gusti. E meno male, pensa se tutti si volevano sposare con tua nonna!”. 

L’avevo pagata poco più di due milioni di vecchie lire. Sudatissimi risparmi messi su facendo di tutto: piccole e semi-innocenti truffe all’università, le interviste di marketing quando ancora non esistevano i call center, braccavo la gente per strada e prendevo certi vadarviaelcù che cantavano con gli angeli, e poi l’aiuto cuoco, e anche qui ce ne sarebbero un paio da raccontare, come quella volta che presi una griglia appena uscita dal forno ma distrattamente ero senza guanti e buttai in terra un paio di chili di pesce, scampi e gamberoni. Il cuoco, un simpaticissimo livornese perennemente ubriaco, li prese da terra senza battere ciglio e tenendo a bada con la mano sinistra il suo gatto persiano rosso che si era subito fiondato sull’insperata pioggia di mare, con la destra ricompose e mise nei vassoi tutto il pescato, soffiando via lo sporco sopra alcuni in particolare, insieme a qualche foglia di insalata e qualche limone. “Al tavolo quindici!” urlò ai camerieri e poi a me: “Tranquillo, unnè successo nulla”, e io ero lì impietrito che non mi ero ancora nemmeno accorto delle gravi ustioni alle dita. Poi le ripetizioni ai ragazzi delle medie, che spesso però ne sapevano più di me, ma io fingevo e ostentavo estrema sicurezza e padronanza della materia. “Lei su cosa fa ripetizioni?” chiedevano i genitori, “Di cosa avrebbe maggiormente bisogno il ragazzo?” rispondevo io sicuro “Soprattutto la matematica” e io annuivo risoluto “Infatti, la mia materia forte è la matematica” e di volta in volta la mia materia forte poteva essere la chimica, l’italiano, storia e geografia. Una volta persino il latino, che io a malapena ricordavo la declinazione di rosa-rosae. Ero multidisciplinare insomma. Sto divagando. Era la mia prima vera moto, dicevo, la desideravo da anni e anni e quindi per me era la materializzazione di un sogno.

Avevo vent’anni, studiavo e vivevo a Milano. Studiavo, beh, ero iscritto all’università, questo si e qualche volta devo aver pur studiato, sicuramente. Ma torniamo alla belva, andava inaugurata in modo adeguato al suo lignaggio, avrei avuto finalmente un bel branco di cavalli sotto il culo e un giretto intorno alla città non poteva certo bastare. Presi una decisione: sarei andato a casa in moto, giù in Calabria, dai miei. Era novembre e preparai il viaggio in modo colpevolmente e ingenuamente approssimativo, specialmente per quanto riguarda l’abbigliamento tecnico. 
Ignoranza e inesperienza mescolati in un micidiale cocktail di colore incerto. 
Sabato mattina Floppy venne a svegliarmi. Oltre che sveglia umana e vittima quotidiana dei miei scherzi da prete, Floppy era il ragazzo con cui dividevo eterosessualmente il piccolo e disordinatissimo appartamento in affitto. “Piove” disse, “assai” aggiunse. Mi tirai su, appoggiandomi ai gomiti, guardai fuori dalla finestra: Giove Pluvio stava proprio incazzato. Mormorai un bestemmione e mi ributtai giù, potevo continuare a dormire, il viaggio era rimandato. 
“Vabbè ma a te cosa ti fanno due gocce d’acqua!” era sempre lui, Floppy, che porca puttana me lo stava mettendo nel culo con questa coltellata nell’orgoglio e nel mio ego smisurato. Mi tirai su di nuovo: “Ma si, ormai ho avvertito tutti, gli amici, i miei, poi ci rimangono male” dissi poco convinto e il mio amico fece un gesto con la testa come per dire “Eh certo!”. 
Sto cazzo d’orgoglio. E poi la testardaggine e tutto il resto. Dovevo partire, e volevo anche partire, mettiamola così.
“L’Italia è lunga, da Bologna in giù smetterà, no?!” dissi cercando di convincere più me stesso che lui. Mi fece un grande sorriso di approvazione. Si era vendicato contemporaneamente almeno di dieci scherzi di medio livello e forse non se n’era nemmeno completamente reso conto. L’Italia è lunga, ma per quasi tutto il viaggio la nuvola assassina di Fantozzi mi segui come un cagnolino. Sai quei bastardini tanto affettuosi e fedeli che ti si attaccano vicino e non ti mollano più anelando una carezza. Ecco la mia nuvola fece così. Grigia, scura, grossa, piena d’acqua, compatta, incazzata e maledettamente semovente, da nord a sud, più o meno alla mia velocità. Floppy non vedeva l’ora di aiutarmi per la vestizione, stava godendo il bastardo, e quindi mi preparai alla pugna. 

Seguitemi bene: indossai i jeans e, sopra i pantaloni, su stinchi e ginocchia, avvolgemmo dei quotidiani, legandoli con abbondante nastro adesivo, quello largo da pacchi, stretti quel tanto che bastava perché restassero ben saldi ma facessero circolare il sangue. Provammo anche la posizione “seduta”. Si, il sangue circolava. Stessa cosa per l’addome e il petto. Chi non è pratico sappia che i fogli di giornale, a più strati, sono un’ottima barriera contro il vento e il freddo, un vecchio passaparola fra motociclisti, ma mai potevo pensare che funzionassero così bene per davvero! Soluzione rustica ma riuscita, seppi poi. Cominciavo però ad avere qualche lieve difficoltà di movimento. Calze doppie e stivali ai piedi, sopra i jeans e gli scudi di giornali indossai dei copri-pantaloni verdi con le clips in materiale idrorepellente, che poi si rivelarono non repellere assolutamente alcunché. Li avevo comprati a un mercatino di roba usata militare. Valevano tutte le poche migliaia di lire con cui li avevo pagati. Un’altra inculata. Un’altra esperienza. Poi la maglietta e sopra questa ancora i quotidiani nastrati, quindi due felpe e infine il giubbotto in goretex, l’unica cosa decorosa oltre al casco, un Arai modello Kevin Schwantz replica che valeva da solo la metà di quanto avessi pagato la moto. I guanti erano in simil camoscio marrone fuori e in simil pellicciotto dentro. Seppi dopo che si sarebbero inzuppati in appena trenta secondi netti, un record. Ma per fortuna ebbi l’ideona: sotto i guanti pellicciottati indossai dei lunghi e spessi pirelli rosa, quelli per lavare i piatti. Felpati e super-robusti. “Ehi ma quelli sono i miei guanti” disse il mio coinquilino, i patti erano chiari, io cucinavo e lui lavava i piatti. “Te li ricompro, è un’emergenza. Non rompere”. Ero quasi pronto. Indossai il sottocasco di cotone, quello che lascia scoperti solo gli occhi, il casco e il paragola, una sorta di grosso collare gommato. Questo per fortuna fu annoverato fra i pochi indumenti risultati poi impermeabili per davvero. Cominciai a sudare, diventai paonazzo e la temperatura corporea raggiunse livelli da sauna finlandese. In compenso la semplice deambulazione mi risultava parecchio difficoltosa e ogni minimo movimento mi creava imbarazzo, fiatone e aggravava inesorabilmente il problema della temperatura. Meraviglioso. Sarà un lungo viaggio, pensai. Borsone con qualche effetto personale, legato sulla parte posteriore della sella con l’elastico a rete, e via. Si, ma prima ero dovuto montare in sella.
Fra i giornali, il nastro adesivo, il sovra-abbigliamento tattico e la temperatura a rosso fisso avevo la stessa fluidità di movimenti di Neil Armstrong quando scese dal modulo lunare. Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per la storia dell’umanità. E partii. Finalmente. E forse non potete capire appieno la gioia di questo “finalmente”. Fra l’acqua e il vento la temperatura tornò velocemente accettabile e i guanti in simil-tutto erano almeno utili come tergicristallo quando la visiera si sporcava troppo. Snocciolai le sei marce spalancando aggressivo il gas, il quattro cilindri a V cantava che era un piacere e andavo come il vento. E la nuvola insieme a me. Cantavo a squarciagola nel casco i Police, Rino Gaetano, Lucio Battisti – lebiondetreccegliocchiazzurriepoi... – non so se era per tenermi compagnia o semplicemente perché ero allegro e avevo voglia di cantare – letuecalzetterosse... – Sprezzante dei limiti di velocità mi sentivo il vero Kevin Schwantz, alto due metri e a prova di proiettile, e ogni camion con rimorchio (e relativa pericolosissima nuvola d’acqua), ogni Ford Focus Station Wagon, ogni furgone bianco era un doppiato da superare per puntare al traguardo. Non mi superò quasi nessuno. Quasi. Di tanto in tanto arrivava una moto “vera”, di quelle grosse, e mentre io ero lì che mi sembrava di andare come un aereo, mi superava e mi sverniciava. Sentivo quasi solo il rumore. Poi qualche auto sportiva di grossa cilindrata. L’umiliazione durava pochissimo. Sto facendo un buon tempo, pensai, nei primi cinque ci arrivo sicuro – el'innocenzasullegotetue, duearanceancorpiùrosse – E continuai a superare tutto il superabile. Non vedevo le segnalazioni dai box ma mi godevo il motore, la strada che mi scompariva sotto le ruote, il vento addosso, il paesaggio e gli sguardi enormemente gratificanti dei bambini che mi ammiravano dalle macchine. Io per un attimo ero il loro eroe. Ogni auto bambino-dotata che superavo vedevo che cominciavano a indicarmi con il dito ai genitori già dal lunotto posteriore e poi passavano ai finestrini laterali, si spiaccicavano sui vetri, e si vedeva che dicevano alla mamma, al papà “Guadda mamma, guadda papà, la moto, semba un mazziàno!”. Un marziano no ma un astronauta tutto, bardato com’ero tipo Bibendum Michelin. La visiera era anche oscurata quindi non mi si vedeva in viso: il-temerario-cavaliere-mascherato-che-a-bordo-del-suo-destriero-di-metallo-sfidava-le-intemperie-e-le-leggi-della-natura-e-della-fisica declamavo e deliravo ad alta voce nel casco. Li salutavo con un cenno della mano e loro erano felicissimi. E immaginavo i genitori che almeno per i dieci minuti successivi avrebbero provato a spiegare ai figli, tediandoli, che non ero un buon esempio, che ero un pazzo, che stavo rischiando la broncopolmonite o peggio di finire sotto le ruote gemellate di un camion. E che comunque tanto la moto a loro non gliela compravano. Punto. 

L’acqua me la godevo un po’ meno. Ero completamente fradicio in varie zone del corpo, ma l’adrenalina, la gioia, il brivido della velocità e il sovra-abbigliamento tattico mi facevano sentire completamente a mio agio e in pace con me stesso e con il mondo – matiricordileondegrandienoi, glispruzzieletuerisa – 
Bologna. Minchia sono ancora a Bologna! Mi sembrava di essere in viaggio almeno da due-tre giorni! E non ho ancora detto nulla dei momenti drammatici. Si, ci furono quattro momenti drammatici, che si ripeterono, anche: benzina, pedaggio, panino, pisciare. In ordine rigorosamente sparso. Fare benzina fu la cosa più facile. Con molta calma e le mani intirizzite dal freddo dovevo togliere i guanti fradici in simil camoscio, poi i guanti in gomma che erano diventati una seconda pelle e quindi prendevo il portafoglio, sopportando pazientemente le battute e le risate del benzinaio. Le risate diventavano stranamente più piene e rumorose quanto vedevano spuntare i guanti rosa. E vabbè. Il pedaggio era opera più laboriosa perché, con la fila delle macchine dietro, le operazioni erano le stesse del pit stop benzina ma con l’aggravante dell’ansia e del doversi sbrigare. Impazienti sti automobilisti, e che è! E togliere quei cazzo di guanti pirelli non era proprio una passeggiata. Ovviamente ogni volta che scendevo sotto i 30 km orari il casco diventava un piccolo altoforno, la pressione arteriosa avrebbe messo in crisi più di uno strumento di misurazione a pompetta e il sudore mi gocciolava copiosamente sugli occhi e sulla faccia. Era del tutto insufficiente aprire la visiera! Ma il dramma, quello vero, fu quando trattieniti, trattieniti non ce la feci più: dovevo assolutamente pisciare. Contemplai seriamente l’idea di pisciarmi placidamente addosso ma non ce la feci, non riesco a farla nemmeno nel costume sotto la doccia, figuriamoci. E poi le sollecitazioni delle vibrazioni della sella in marcia, proprio lì nel delicato incavo prostatico, nel sottopalle, necessitavano una urgente e risoluta risposta. L’armatura di giornali e nastro adesivo da pacchi rendeva davvero impegnativo sia scendere dal destriero, sia rimontarci sopra. In più le giunture erano leggermente arrugginite dal freddo e dall’acqua. Per raggiungere il povero pistolino rattrappito dal freddo e dalle vibrazioni di cui sopra dovevo togliere i doppi guanti, aprire il giubbotto, abbassare i copri-pantaloni, aprire la lampo e cercare il tutto a memoria con le mani prive di qualsiasi sensibilità. Più facile a dirsi che a farsi. E senza poter piegare più di tanto il busto. E sempre con il forno in testa. Alzavo giusto la visiera. Fu davvero un'impresa epica, fortunatamente ripetuta solo un'altra volta. Mi sembrava di essere a Giochi senza Frontiere e mi sembrava a tratti di sentire distintamente il fischietto di Guido Pancaldi e Gennaro Olivieri e le loro esortazioni a giocarmi il fil rouge.

Cercai di resistere stoicamente anche alla fame ma alla fine fui costretto a capitolare miseramente. Nella fretta della vestizione avevo dimenticato di preparare un paio di robusti e indispensabili panini, nemmeno un po’ d’acqua da bere mi ero portato. Davvero un professionista! E fu così che per la prima volta da quando ero montato sul cavallo di ferro mi dovetti togliere anche il casco e il sotto casco, oltre al solito doppio paio di guanti, apri il giubbotto per raggiungere il portafoglio, eccetera, eccetera. Dovevo ovviamente liberare le fauci per poter ingurgitare in piedi e velocemente un enorme panino con il salame piccante e la mozzarella. La sosta non doveva durare molto, non potevo abbassare troppo la media. Intanto gli altri piloti, i camion, le Ford Focus, i furgoni mi si avvantaggiavano, cazzo! Inservienti e ospiti dell’Autogrill si divertirono abbastanza ad assistere al mio arrivo, alla parziale svestizione e alla successiva ri-bardatura. Immagino che ancora oggi si ricordino bene tutta la scena. I bambini sempre i più felici di tutti. Il pesante incartamento dei quotidiani mi aveva reso una specie di incrocio fra il robot dorato di Guerre Stellari e un Iron Man di cartone e 110 chili almeno: un goffo e robusto cavaliere della Lego PlayMobil. 

Ma l’impalcatura si rivelò assolutamente preziosa per il mantenimento di una temperatura corporea accettabile e per poter essere qui a raccontarlo oggi avendomi considerevolmente aiutato a scongiurare una praticamente certa broncopolmonite acuta con gravi focolai multipli bilaterali a cui sarebbe seguita inevitabilmente la morte del paziente. Altri sorpassi, altre nuvole d’acqua, altri bambini felici nelle auto, qualche curvone preso un po’ troppo allegro che mi fece stringere leggermente e con rispetto parlando il buco del culo per la tensione e il timore di non riuscire a rimanere con entrambe le ruote in pista – elacantinabuiadovenoi, respiravamopiano... – altri doppiati, qualche brivido dovuto agli improvvisi alleggerimenti da acquaplanning, quando le ruote galleggiano sulle grandi pozze d’acqua e tu ti senti per un attimo nelle mani di Manitù e smetti di cantare, a volte ti si ferma per qualche decimo di secondo anche il respiro, ti sembra nettamente che per un attimo si possa fermare anche il cuore, poi la riesci a tenere e ne vieni fuori, discrete scariche d’adrenalina, qualche sprazzo di felice incoscienza, le vibrazioni, il rumore, altri sofferti pit stop. 

E dopo quasi dieci ore, mille e passa chilometri e negli occhi le immagini veloci come fotogrammi impazziti di tutto il viaggio, di tutti i paesaggi, di tutti i bambini, di tutte le pozzanghere, arrivai al traguardo. Fradicio e sporchissimo. Pioggia e freddo mi avevano accompagnato almeno fino a Napoli. Poi aveva smesso, grazie a Manitù! Ma era calato il buio. E avevo capito che la visiera scura era molto bella ma era un’altra piccola inculata. Vedevo poco e male e giusto dentro il cono di luce dei fari. Ma la meritata e sofferta bandiera a scacchi era vicina. E ora ce l'avevo fatta. 
Per permettermi di scendere dalla moto lo strumento ideale sarebbe stato l’argano di legno con carrucola che si usava nel medioevo per mettere e togliere da cavallo i cavalieri con armatura e lancia. Ero rigido che sembravo completamente ingessato o congelato. E mi sentivo così, preciso: congelato e ingessato. 

Mio fratello e i miei amici riuscirono a fare a meno della gru riuscendo comunque a separarmi dalla mia moto fumante. “Sopra i 150 tira un po’ a destra” bofonchiai come prima cosa già presagendo la successiva triste scoperta. Ginocchia, schiena e collo erano praticamente un blocco unico. Sceso dalla moto rimasi per un bel po’ tutto incrocchiato e umido. Ero in poltrona, ma seduto sul bordo, seminudo e con un plaid addosso. Non riuscivo ancora a rilassarmi. Le membra faticavano a cambiare posizione rispetto alla “seduta” della moto. Avevo tutti attorno e il sangue ricominciava lentamente a scorrere lungo il corpo. Sorseggiai una tazza di latte caldissimo e molto corretto. Il latte l’aveva preparato mia mamma, la generosa correzione al Jack Daniel's era stata invece una furtiva opera di mio fratello. Stavo lentamente tornando a un colorito normale.

“Tu sei pazzo” disse mia madre mentre mi guardava con occhi increduli, mio fratello e i miei amici ridevano, qualcuno scuoteva la testa, qualcuno mi dava una pacca sulle spalle, “Ma veramente è venuto da Milano in moto? Con questo freddo?” disse mia nonna rivolta a mia madre e poi si mise a ridere convinta che la stessimo prendendo in giro. 
“Ti sei divertito?” chiese mia zia “Si, tanto” risposi io “Sono arrivato sicuro nei primi dieci”. 
E il giorno dopo ero a letto con la febbre a 39. Felice. 
- Omareneroomareneroomarene... tuerichiaroetrasparentecomeme... -


di Giuseppe Gatto

domenica 14 agosto 2011

REMY JULIENNE E LO ZIO LUIGI (di Giuseppe Gatto)


Sara si dava un sacco di arie. Ti guardava sempre dall’alto in basso. Quando i ragazzi più grandi venivano a prenderla all’uscita da scuola, poi, aveva un sorriso ancora più sornione e beffardo del solito. Quasi volesse dire: – io non sono una mocciosa come voi –
Marcello aveva sedici anni, faceva la terza liceo ed erano compagni di classe. Il giorno seguente le avrebbe dato una piccola lezione. Anche lui era “grande”, ed era coraggioso, spavaldo, diverso da quei bamboccioni che la circondavano.

“Vespino, i miei vanno via due giorni” disse al suo compagno di banco
“E quindi?”
“E quindi so dove lascia le chiavi della macchina mia mamma”
Vespino non rispose e scosse la testa:
“Non ti seguo”
“Veniamo a scuola in macchina!”
“Si, così ci fermano e ci si bevono con la macchina e tutto”
“Dai, io sembro più grande, non ci fermano”

Vespino si diede una manata sulla fronte
“Ma innanzitutto la sai guidare?!?”
“Ma si, non sarà molto più difficile della moto!”
“Non sarà?!? La sai guidare o non la sai guidare?”
“L’ho guidata qualche volta in campagna, dai nonni”
“Si, in prima e per venti metri, me lo ricordo!”
“Vabbè ma il concetto è quello!”
“Tu sei scemo”

La mattina dopo, più presto del solito, prese le chiavi, riuscì ad accendere l’agognato quadriruote scatolato e riuscì persino a partire, un po’ al trotto, con l’utilitaria dell’ignara genitrice. Concentrato come un cecchino bosniaco, con gli occhi stretti sulla strada, i muscoli tesi, le braccia e le mani rigide sullo sterzo, la goccia di sudore di ordinanza lungo la schiena e non inserendo mai marce superiori alla terza, riuscì ad arrivare sotto casa dell’amico. C’era uno spiazzo sul quale affacciava la grande finestra della sua cucina, al terzo piano. Diede due colpi di clacson e comparve Vespino incredulo, due secondi dopo apparve anche la mamma, che immediatamente chiese:
“Ma Marcello ha già la patente?”
“Eeeh, si, certo, a scuola lo hanno bocciato due volte, ha già fatto diciott’anni…” e intanto lanciò uno sguardo assassino verso la macchina e il suo pilota. Che sorrideva a trentadue denti. Il pilota. E forse anche un po' la macchina.
Poi scese giù con il volto tirato, salì in auto. Appena vide Marcello felice e sorridente come una pasqua scoppio a ridere pure lui e lo salutò con un:
“Ma vaffanculo và, tu sei pazzo!”
“Si va a scuolaaa!” rispose Marcello eccitato e partì con qualche lieve incertezza e sussulto.
“C’è la frizione che stacca male…” si giustificò
“Si, si, come no. Vai piano sennò tiro il freno a mano!” rispose l’amico.

Giunsero nel cortile dell’Istituto un quarto d’ora prima della campanella d’ingresso. Erano quasi tutti già lì, in diversi capannelli che chiacchieravano, fumavano, aspettavano l’ultimo momento possibile prima di entrare e cominciare la faticosa giornata. Il classico salotto pre-scolastico. C’erano molti gruppetti, spesso maschi con maschi e femmine con femmine, secondo i più classici stereotipi i primi parlavano di pallone, di quisquilie e di ragazze e le seconde di quisquilie e di ragazzi. Uguale insomma, tranne il pallone.

L’arrivo fu come Marcello aveva previsto: trionfale. Sembrava Annibale di ritorno dalle guerre puniche. Abituati a vederlo arrivare su un Ciao dalla marmitta rumorosa e scoppiettante, spesso su una ruota sola, vederlo presentarsi a passo d’uomo in auto fece un certo effetto. Anche perché quasi nessuno al liceo aveva ancora la patente! Con gesti studiati e appena un tantino teatrali parcheggiarono a bella posta a pochi metri dall’ingresso, scesero e cominciarono a salutare i compagni che si avvicinavano.

Marcello aprì la sua ruota e si improvvisò pavone.
“Ma certo che la so guidare”, “Si, la prendo spesso”, “I miei? Non mi dicono nulla”, “La polizia? Figurati se riesce a fermarmi”. Marcello stava snocciolando un patetico campionario di frasi puerili. Poi la vide, i loro sguardi si incrociarono. Un paio di secondi, poi lei tirò dritto verso l’ingresso. Con quei suoi capelli lunghi, neri dai riflessi blu notte, quegli occhi verdi e luminosi, quei suoi vestiti leggeri e svolazzanti che si adagiavano come onde sulle sue curve. E con quell’atteggiamento di consumata spavalderia di chi sa di piacere ai ragazzi, forse anche agli uomini.
Lui senti il solito pugno allo stomaco, glielo faceva sempre quando la vedeva. Però oggi il protagonista era lui, aveva decine di ragazzi e ragazze attorno, con i loro urletti e le loro risatine, si sentiva molto Arthur Fonzarelli appoggiato al cofano della Cadillac nera con le fiammate gialle sulle portiere. E poi era riuscito ad attrarre la sua attenzione. Si sentiva bello e guascone. Certo non capì se nello sguardo di lei ci fosse ammirazione o compatimento ma sperò nella prima ipotesi. Deglutì.

“Vespino, salta su, si parte”
“Come? E la scuola?”
“Oggi niente scuola” e poi rivolto a tutti “Ciao ragazzi, abbiamo un po' di giri da fare”
L’amico salì di nuovo a bordo.
“Sei un pazzo, sei un pazzo… e io che ti vengo dietro!”

Prima tappa il campo di calcio in terra battuta poco lontano da scuola dove cominciarono a provare le sbandate da rally. In seconda marcia, ruotando di colpo lo sterzo e tirando il freno a mano. Dopo qualche tentativo maldestro riuscirono a fare dei testa coda notevoli. Urlavano, erano felici, ridevano e avevano alzato una tale nuvola di terra polverosa che sembrava di scorgere l’arrivo del settimo cavalleggeri a difesa del solito fortino assaltato dagli Apache. Poi Marcello prese una stradina sterrata e salì con le due ruote del lato destro sul fianco in salita del terreno e cominciò a urlare: “Remy Julienne, Remy Julienne!”, un abile stunt man degli anni ’80 che questo gioco lo faceva per davvero, mettendo la macchina su due ruote, ma senza appoggiarle ad alcuna strada! Adrenalina a mille ed entusiasmo alle stelle. Quando hai sedici anni, in piena tempesta ormonale ma con la testa ancora di un bambino ti diverti con poco. Gli ingredienti c’erano tutti: la zingarata, il fascino del proibito, del pericolo, il furto dell’auto, le acrobazie. E poi lui e Vespino si volevano bene, erano amici sin da piccoli, ne avevano condivise tante e questa bravata della macchina era una di quelle cose che li faceva sentire mostruosamente complici e li trasformava in due supereroi. In quel momento si sentivano quasi onnipotenti, alti due metri e a prova di proiettile. La macchina superò brillantemente tutte le prove: era decisamente sporca ma ancora sana. Freni, semiassi, motore, incredibilmente aveva resistito tutto.

“Andiamo in centro, ci fermiamo davanti al bar e ci prendiamo un gelato al limone”
Vespino fece si con la testa, aveva il sorriso che sembrava più una paresi anche perché nei vari test di robustezza della povera utilitaria si era a tratti anche un po’ cacato sotto dalla paura!
Nel traffico Fonzie era molto più guardingo e cercava di mantenere alta la concentrazione, in pochi minuti avevano quasi arrotato una vecchietta, quasi abbattuto un cassonetto della spazzatura e quasi investito frontalmente un autobus. Ma era andata sempre bene.
Certo non poteva durare a lungo.
Stavano percorrendo via Roma: una strada bella trafficata con due corsie più la fila di macchine parcheggiate.
A un certo punto Marcello disse all’amico:
“Cazzo, più avanti c’è il negozio del cugino di mamma, zio Luigi, il fotografo! Se poco poco è sulla porta e mi vede alla guida della macchina sono F O T T U T O !”
“E infatti è sulla porta che sta fumando” continuò la frase Vespino
“Giù” disse Marcello e contemporaneamente i due si acquattarono per non farsi vedere, si scambiarono un’occhiata con i volti a pochi centimetri di distanza e si dissero con gli occhi sgranati e solo con lo sguardo: - Chi cazzo sta guidando?!? - il tempo di pensarlo e non fecero nemmeno in tempo a rialzare le teste. Marcello si era appiattito sul sedile ma aveva continuato ad andare avanti come niente fosse. Fortissimo rumore di lamiere e vetri. Tamponarono violentemente una grossa vettura che aveva frenato davanti a loro. Esattamente davanti al negozio di Luigi che riconobbe entrambi, resto impietrito a guardare la scena surreale e gli cadde lentamente la sigaretta dalla bocca.

- Cos'è il genio? È fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità di esecuzione! – così sentenziava il Perozzi in “Amici Miei” e così fu Vespino. Semplicemente geniale.
Disse velocemente:
“Li distraggo io tu vattene, ci vediamo a piazza Fera”, aprì lo sportello, scese e fece il giro intorno all’auto passando per la parte posteriore, quindi andò deciso ad aprire lo sportello anteriore lato guida della vettura che avevano appena tamponato. Intanto Marcello ignorando le intenzioni di Vespino ma riponendo in lui fiducia smisurata e totale aveva messo, grattando clamorosamente, la retromarcia. Lo zio Luigi lo guardava sempre in versione statua di sale, la macchina per fortuna ancora camminava, era quindi andato indietro poco più di un metro tirandosi dietro con stridente fragore di plastica e lamiera il paraurti posteriore del malcapitato e quindi era scartato sulla destra e si era velocemente allontanato dal luogo del delitto per fare il giro dell’isolato e ritrovarsi al luogo convenuto. Vespino aprendo lo sportello, in auto c’era una signora sola alla guida, l’aveva letteralmente ubriacata gridandole in modo concitato:
“Mamma mia signora, che è successo? Signora, tutto bene? Si è fatta male? Non si muova, non si muova, il colpo di frusta! L’importante è che non si è fatta niente! Il colpo di frusta! Si muova dolcemente!” e intanto si sbracciava, si agitava, la rincoglioniva di urla e parole e faceva scudo con il suo corpo come fanno a rugby per proteggere il giocatore che porta palla, impedendole di uscire dall’auto e di guardarsi indietro e soprattutto di scorgere Marcello che scappava vigliaccamente, senza esitazioni ma come in punta di piedi. Quando l’amico vide con la coda dell’occhio che la macchina verde della mamma di Marcello era ormai qualche metro più avanti, fece due passi indietro, intanto si era formato un capannello di persone, e tranquillamente si girò e si avviò a piedi verso il solito angolo della piazza dove si trovavano quasi tutte le sere.

La signora, bassa, sovrappeso, sui cinquant’anni, occhiali tondi e capelli ricci finto biondi, la classica mamma di famiglia, con addosso un inguardabile vestito a grandi fiori, scese ancora sotto choc e andò verso la poppa della vettura. Guardò verso il vuoto, verso il nulla ed esclamò: “Ma chi mi è venuto addosso? Dov’è il signore che mi ha tamponato?” e continuava a guardarsi attorno incredula e reggendosi il capo con la mano destra.

La macchina dei nostri prodi era seriamente danneggiata, migliaia di bigliettoni di danni. Il radiatore ammaccato e gocciolante liquido refrigerante, i fari in frammenti, il muso rientrato come quello di un bulldog, il paraurti ridotto a un’opera d’arte astratta.
Marcello raggiunse Vespino, che salì al volo e vedendo lo sguardo interrogante dell’amico alla guida disse:
“Non ci ha capito niente. Vai, vai.”
Poi i due non si guardarono e non si dissero più nulla. Di tanto in tanto scoppiavano a ridere fino alle lacrime. Arrivarono sotto casa dell’imbranato pilota, scesero e guardarono sconsolati la prua dell’auto piangente. Rimasero lì zitti per un po’.
Ricordandosi che lo zio Luigi aveva assistito basito a tutta la scena nel pomeriggio Marcello chiamò i suoi e scelse la strategia della mezza confessione. Disse loro che aveva fatto un giro nello spiazzo davanti casa con la macchina per giocare a fare il grande ed aveva colpito un muretto. Rimbrottato e perdonato. Poi chiamò lo zio Luigi e lo supplicò in ginocchio e in varie lingue che era sinceramente pentito, che non lo avrebbe più fatto, che lui gli aveva sempre voluto molto bene, insomma di non rovinarlo.
Lo zio alla fine annuì alla cornetta, senza parlare, Marcello capì comunque che era andata bene. O almeno lo sperò.

La mattina dopo a scuola i due raccontarono dei testacoda, delle acrobazie alla Remy Julienne, che avevano caricato due ragazze e le avevano portate al mare e lì il racconto si arricchì di prodezze non strettamente automobilistiche e infine descrissero con gran dovizia di particolari anche un fantomatico inseguimento con la polizia che erano riusciti a seminare grazie alla guida spericolata di Marcello. Ovviamente glissarono clamorosamente sull’incidente da fessi intergalattici. I due avrebbero fatto impallidire Oscar Pettinari, il personaggio di Verdone emulo borgataro di Sylvester Stallone che raccontava di aver affrontato un leone a mani nude, preso per la coda un pitone di dieci metri e altre simili amenità.
Mentre sparavano questa incredibile mole di balle si avvicino lei.
Lo guardò, con un mezzo sorriso e gli disse:
“Bella la bravata della macchina, ieri. Ho pensato - guarda cosa non farebbe Marcello per farsi notare… -” si girò e si allontanò sui suoi tacchi alti, sui suoi polpacci affusolati, lasciandosi dietro la solita scia di profumo.

E lui pensò: - Si, prendi pure in giro, ti piaccio da morire ma non lo vuoi ammettere. - il solito pugno alla bocca dello stomaco. La vide allontanarsi, serrò per un attimo le labbra, poi si girò e continuò:
“A un certo punto ci avevano quasi affiancato mi sono buttato sulla sinistra fra un camion e una auto parcheggiata e mi sono infilato in una stradina laterale.”




di Giuseppe Gatto



sabato 10 aprile 2010

IL BOB A DUE (di Giuseppe Gatto)


IL BOB A DUE, ovvero "delle mamme e dei guerrieri Ninja"
Osvaldo ha i suoi tempi. Impiega un po’ per riuscire a svegliarsi, spegne la radiosveglia almeno quattro volte, magari con la scusa che sta passando un vecchio e orrendo pezzo di Dario Baldan Bembo. A volte la spegne del tutto e si riavvolge nelle coperte; si prende in giro con tormentoni del tipo “Ora conto fino a 30 poi mi alzo” e al cinque russa di nuovo. Alla fine il miracolo si compie e riesce a riaversi. Si muove lentamente verso il bagno dove espleta esclusivamente le esigenze fisiologiche primarie. Quelle in piedi. L’acqua non la tocca perché non si sente ancora pronto. Troppo umida lei e troppo caldo del letto lui. Poi sempre lentamente va verso la cucina. Viene colpito in faccia dal sole che penetra furiosamente dalle ampie vetrate del salotto, si copre gli occhi con il dorso della mano destra mentre con l’altra si gratta dolcemente in vari punti più o meno reconditi del corpo, sbadigliando rumorosamente. Arriva in cucina, riempie un bicchiere di latte, direttamente dal frigo, spezza e tuffa nel latte quattro o cinque biscotti di quelli belli cicciotti che si gonfiano senza perdere consistenza. Mette a fare il caffè. Ecco che i primi borborigmi cominciano a scuotere timidamente il basso ventre del nostro eroe. Il caffè fa il resto. Le timide scosse diventano smottamenti tellurici, la peristalsi mette il turbo e Osvaldo riesce a malapena a fiondarsi di corsa in bagno, dove finalmente si siede e lascia che la deflagrazione abbia inizio e la natura faccia il suo corso.
Questa è la principale pausa relax della sua giornata. Prende un giornale o un libro e completa la seduta con tutta calma. Finalmente può, non senza una certa riluttanza e un po’ di sgomento, passare alla fase delle abluzioni. Niente di impegnativo, per carità: le mani, una sciacquata alla faccia, i denti. Ecco.
A questo punto Osvaldo è quasi completamente sveglio. Va a vestirsi. Non trova le mutande, poi non trova i calzini, poi sbaglia la camicia, poi non trova i pantaloni. Alla fine riesce a far tutto ed è pronto e bello come il sole. O quasi. Passa davanti lo svuotatasche in salotto e parte il rito: ogni giorno dimentica qualcosa quindi è essenziale la sera lasciare tutto lì, in bella mostra, per poter poi rifare al mattino il percorso inverso nelle varie tasche di giacca e giaccone. Le chiavi di casa, le chiavi della macchina, le chiavi dell’ufficio, il telefonino, che regolarmente è con poca batteria, il portafoglio, il portamonete, alcune carte con degli appunti, le mentine per l’alito, gli occhiali da sole. Quindi la ventiquattrore nera con il pc portatile e via verso nuove avventure. Tempo necessario per tutta la procedura: da un’ora a un’ora e mezza. In casi di emergenza quali sveglia che non ha suonato perché caricata male la sera prima, sveglia che ha suonato ma è stata spenta definitivamente, sveglia che ha suonato ma i bimbi avevano abbassato il volume, appuntamenti o volo aereo al mattino presto, e facendo in ogni caso i salti mortali, i tempi possono ridursi al massimo a quarantacinque minuti.
Non un minuto di meno.

Un giorno Osvaldo comprese il significato profondo della parola “incubo”. Una tegola stava per abbattersi sulle sue tranquille e paciose pre-mattinate.
Successe che la baby sitter, una ragazza polacca giovane e avvenente, classica bellezza dell’est europeo, bionda con gli occhi azzurri, alta e snella, ma comunque molto brava anche con i bambini, ebbe un’accesa discussione con un palo della luce, per strada. Lei era sui pattini e il palo non era riuscito a evitarla. Rotula e legamenti del ginocchio sinistro andati, ne avrebbe avuto per tre mesi almeno. I nonni erano fuori città, non avevano nessun altro tipo di possibile aiuto esterno e la moglie svolgeva un lavoro importante e per il quale era costretta a uscire di casa molto presto. Entro le sette.

Normalmente alle sette e trenta arrivava la baby sitter e mentre Osvaldo circolava lentamente per casa rigorosamente in pigiama senza offendere né il comune senso del pudore né attentare alle grazie della Mary Poppins bionda, lei si occupava come una fatina di Alessandro e Paolo, quasi quattro anni il primo, uno il secondo. Li svegliava, li lavava, faceva far loro colazione, e intanto li faceva ridere, cantava loro le canzoncine. Ne posava uno e ne prendeva un altro e mentre uno giocava vestiva l’altro e poi lasciava giocare il secondo e vestiva il primo. Una Dea Kali dell’accudimento. Sempre con il sorriso sulle labbra e una pazienza da competizione. Osvaldo nella fase “svuotatasche” trovava quindi anche il marmocchio più grande perfettamente pronto, lavato, colazionato e grembiulinizzato, con addosso il cappottino blu e il cappello di lana beige, lo zainetto con la merenda in una mano e un gormita nell’altra che gli sorrideva e gli tendeva le braccine. Il moccioso, non il gormita. E lui compiva il faticoso ruolo di padre accompagnandolo, quando erano quasi le nove, all’asilo a poche centinaia di metri da casa. Poi andava al lavoro. Il piccolo Paoletto restava invece a casa con la valchiria.
Ma la vichinga ebbe appunto l’incontro ravvicinato con il palo. La ricerca di una sostituta in tempi rapidi fu vana. E poi come fai a lasciare una creatura a casa con una che non conosci bene? Se ne sentono di tutti i colori! Scattò il piano B: ricerca di un asilo nido anche per il più piccolo.

“Io ti preparo i vestitini di entrambi, tu li lavi, gli fai fare colazione, li vesti e li porti all’asilo, qual è il problema?” disse la moglie a Osvaldo.

E lui sentì distintamente il soffitto della stanza crollargli rumorosamente addosso.
“Da solo?!?”
“Non ci sono alternative caro. E poi non è mica la fine del mondo!”
“Ma potresti rimanere ancora a casa tu per un po’…”
“Non se ne parla assolutamente. Sono già stata a casa fin troppo. Tu sei il papà, te lo ricordi? Sapessi quante volte sono stata sola con tutti e due. Non è mica difficile come credi”
Infatti. Non era così difficile come lui credeva.
Era decisamente molto peggio.

La moglie era già quasi pronta quando alle sei e trenta Paoletto si svegliò, era nel lettone, e cominciò ad agitarsi come un’anguilla fuori dall’acqua. Erano già diversi giorni che il piccolo, infastidito dallo spuntare dei primi dentini, si rifiutava categoricamente di dormire nel suo lettino. Osvaldo guardò la sveglia, rischio un coccolone, poi lo abbracciò e cercò di consolarlo. Intanto sentì la porta che si chiudeva e la moglie che usciva. A ritmi alternati sonno-veglia: cinque minuti sonno, cinque minuti pianto, cinque minuti sonno, cinque minuti pianto, riuscì alla bell’e meglio a portare il piccolo fino alle sette e trenta, poi rassegnato e assonnato si alzò. Quasi nello stesso istante il più grande lanciò un urlo e scoppiò a piangere. Un brutto sogno forse. Scese dal suo lettino e andò verso il lettone dei genitori:
“Dov’è mamma?”
“E’ andata a lavorare amore, mettiti nel lettone, puoi dormire ancora un pochino. Intanto faccio mangiare Paolo”
“Dov’è Inglid?”
“Ingrid si è fatta male al ginocchio ricordi?”
Seh, buonanotte, un po’ l’assenza della mamma, un po’ quella della tata, un po’ la gelosia, il piccolo Alessandro cominciò a urlare e piangere come una vite tagliata che voleva la mamma e non voleva dormire … e così facendo per fortuna si riaddormentò. Osvaldo tirò un sospiro di sollievo e andò in cucina, sempre con il piccolo in braccio. Con una mano sola riuscì a bere un po’ di latte, senza i soliti biscotti, preparare il biberon al cucciolo e fare il caffè. Quindi mise il bimbo sul seggiolone e gli piazzò in mano un bel biscotto plasmon. L’idea era stata buona, il piccolo si era concentrato sul biscotto e aveva smesso di lamentarsi a sua volta. Primo momento di panico. La frettolosa ingestione del latte e del caffè aveva dato il via perentorio e con maggior velocità rispetto al solito, al count down intestinale. Sgranò di colpo gli occhi, irrigidì la schiena, diede un rapido sguardo al piccolo e uno alla porta della cucina cercando la soluzione più efficace! Prese probabilmente la miglior decisione possibile. Agguantò il seggiolone da dietro, con tutto il suo contenuto che diceva “Maa-mma, maa-mma!” e lo spinse di corsa e con un importante gesto atletico per il corridoio e fino al bagno. Lo sprint gli sarebbe certamente valso la qualificazione agli ottavi di finale nel Bob a due alle ultime Olimpiadi invernali di Vancouver. Piazzò il bob proprio in mezzo alla porta aperta, e si lasciò esplodere sul water mentre il volto dell’innocenza lo fissava divertito sgranocchiando il biscotto e ridendo di gusto: “Maa-mma!”.
“Io sono papà!” gli disse Osvaldo fiero.
La riunione di gabinetto fu molto più rapida del solito. Le operazioni di pulizia e abluzione ridotte al minimo sindacale, quindi di nuovo con il bob in cucina, questa volta a ritmi più da allenamento che da gara. Il pargolo rideva felice. Il biberon con il latte era pronto quindi prese il fagotto dalla sua posizione di guida e lo portò sul divano dove gli diede il latte facendolo distrarre con i cari vecchi cartoni animati di Will Coyote. Si erano fatte le otto e quindici, urgeva svegliare il grande. Prima però cambio di pannolino e lavaggio del morbido culetto del cagone, con tutto l’ovvio campionario di orrore, disgusto e ripugnanza tipico di chi non è abituato a queste pratiche da indomiti samurai. Operazione spregevole ma tutto sommato conclusa con successo e senza gravi imprevisti. Si ripromise però di chiedere alla pediatra se fosse normale che un cucciolo così piccolo riuscisse a produrre simili quantità industriali di cacca! Per riuscire a svegliare il grande ci vollero poi quindici minuti buoni con il piccoletto che gli gattonava sopra e gli tirava i capelli e Osvaldo che incessantemente lo chiamava “Alessaaaaandrooooo!”. Niente.

Alle otto e trentacinque il piccolo più grande aprì gli occhi e disse nell’ordine: “Dov’è mamma?” poi “Dov’è Inglid?” quindi “Io non mi alzo mai!” e infine “Io non faccio colazione, mai, mai, mai!”
Osvaldo lo prese di peso cristonando mentre lui continuava a frignare, abbandonò l’altro nel lettino e lo portò a fare pipì e poi in cucina dove gli mise sotto il naso al volo due biscotti e un bicchiere di latte intimandogli un poco paterno: “Mangia! Hai sette minuti!”. Poi sempre benedicendo e osannando ad alta voce l’altissimo andò a prendere l’aquilotto che intanto aveva cominciato a piangere. La famiglia, mamma a parte, era dunque riunita in cucina, erano le otto e quarantacinque ed erano ancora tutti e tre in pigiama.
Fra suppliche e minacce Osvaldo riuscì a trovare un minimo di intesa con il capriccioso grande che pur riottoso finì la colazione, quindi tutti a vestirsi. Circo Barnum, numero degli acrobati bulgari: tutti per terra sul tappetone della cameretta: una maglietta al piccolo, una maglietta al grande, le calze a papà, andare a riprendere il piccolo che intanto è scappato verso il bagno obiettivo il rubinetto del bidè (il precoce già camminava e pure alla svelta!). Chiudere le porte dei bagni e della cameretta, pantalone al piccolo, pantalone al grande, camicia a papà, rimettere il pantalone al grande (che intanto se lo era tolto). Insomma un pezzo a uno, un pezzo all’altro alle nove erano finalmente tutti e tre vestiti, con i cappottini, i cappellini, la ventiquattrore, lo zainetto, le scarpe, le chiavi, il telefonino, il gormita, le altre chiavi, il ciucciotto… tutto l’armamentario d’ordinanza incredibilmente al suo posto.
Osvaldo completamente sudato.
Un miracolo. O un incubo a seconda dei punti di vista.
Il resto fu ordinaria amministrazione, prima un asilo, poi l’altro, lite in entrambi i casi con dei passanti per via dell’auto parcheggiata a cappella e in diagonale sul marciapiede
“E’ un’emergenza, la tolgo subito, siamo in ritardo!”,
quindi l’arrivo in ritardo in ufficio con un filino di stress addosso.
Al primo collega che gli chiese:
“Ciao Osvaldo, come va?”
rispose minaccioso:
“Sono sfinito. Io la mia giornata di lavoro l’ho già fatta!”
E l’altro sorrise, guardò l’orologio, non disse nulla e pensò:
“Ma se non sono nemmeno le 10.00!”

Il misero tapino ancora non sapeva che nei soli tre giorni successivi, causa febbre alta del piccolino, sarebbe rimasto a casa a fare il mammo a tempo pieno e avrebbe così avuto modo di confrontarsi anche con altre specialità olimpiche: pianto a dirotto notturno, occhiaie da sonno, vomito a spaglio con effetto “Esorcista”, diarree atroci con tracimazione di pannolino, body e pigiamino, rifiuto categorico della pappa con sputo a spruzzo o lancio a catapulta con quelle belle manine paffute, pipì a idrante durante il pit stop pannolino.
I giochi senza frontiere al confronto erano una burletta. Mancava solo il familiare fischietto di Guido Pancaldi e Gennaro Olivieri. Una roba da guerrieri Ninja!
Che tesori che sono questi morbidi fagottini.
“Bello amore di papà! … E io che volevo prendere un Labrador!”

di Giuseppe Gatto